Aprire un ristorante di alta cucina in Piazza San Domenico Maggiore, nel cuore dei decumani di Napoli, era una scommessa quasi provocatoria: qui il popolo cammina forte e parla forte, l’odore di ragù esce dai portoni, la sera i vicoli si riempiono di scugnizzi in motorino. Non è esattamente l’ambiente che uno si aspetta intorno a un ristorante stellato. Invece Palazzo Petrucci è lì dal 2007, ha preso la stella Michelin nel 2008 e non l’ha più mollata. Lo chef si chiama Lino Scarallo.

Confesso che il posto ha per me un fascino tutto particolare, anche senza esserci mai stata: mi piacciono i ristoranti che scelgono di stare dove è più difficile stare, e non nelle bolle sterili dei centri commerciali del gusto. Palazzo Petrucci occupa il pianoterra di un palazzo aragonese del Quattrocento, appartenuto originariamente alla famiglia dei Petrucci di Siena. La sala principale è a volte con stucchi settecenteschi, pavimenti in maiolica antica, un ambiente che dialoga senza timidezza con la piazza fuori.
La sala e il palazzo
L’ingresso è discreto, quasi domestico. Dentro, la scala di travertino accompagna a una sala di due livelli, con soffitti alti, arcate a vista, una parete di cantina in vetro che è un piccolo spettacolo a sé. I coperti sono contenuti, l’atmosfera è quella dei ristoranti di città dove l’acustica è studiata: le tavolate parlano tra loro senza mai imporsi sulle vicine. C’è una zona più intima nella cantina interrata, ricavata nelle antiche cisterne del palazzo, che alcuni ristoranti al mondo si sognano.
Il servizio segue lo stile della città, che sa essere formale e caldo allo stesso tempo: il camerariere napoletano di alta scuola è una figura che i visitatori stranieri notano subito, e a Palazzo Petrucci la squadra di sala è di quelle che rendono la serata piacevole a prescindere dal piatto in tavola.
In cucina: Lino Scarallo
La cucina di Scarallo parte dalla tradizione campana e la interpreta con misura: nulla di eccessivo, nulla di iconoclasta, ma un lavoro paziente di sottrazione e precisione. Il pesce del golfo, le verdure dei Campi Flegrei, i formaggi dell’Alto Casertano, i pomodori del Vesuvio: la geografia gastronomica della Campania viene percorsa a piedi. Il piatto simbolo, che ricorre nei racconti di chi ci è stato, è la Millefoglie di scampi crudi, ma la carta cambia con le stagioni e il menù degustazione è disponibile in versione più corta e più lunga.
La cantina è di forte impronta campana, con una selezione ampia dei bianchi vulcanici dell’Irpinia e del Vesuvio, e con aperture significative agli internazionali per chi arriva da lontano. Il consiglio è di lasciarsi guidare: qui il sommelier ha materia rara da raccontare.
Cosa aspettarsi a tavola
Il ritmo è napoletano, cioè disteso ma non lento. Contate due ore e mezzo per il degustazione, meno se andate à la carte. Il servizio è in italiano, inglese e spesso francese; i camerieri sono spesso in grado di raccontare la storia della piazza e del palazzo se glielo chiedete, e la cena può facilmente estendersi a una piccola lezione di Napoli, che vale il conto anche solo per quello.
Se avete la giornata libera prima di cena, la piazza di San Domenico Maggiore, la Cappella Sansevero con il Cristo Velato e la vicinissima via San Gregorio Armeno sono a un tiro di schioppo: un piccolo itinerario napoletano che prepara il palato alla serata.
Prima di prenotare
Palazzo Petrucci apre a pranzo e a cena, con giorno di chiusura solitamente il lunedì (e il pranzo della domenica ridotto). Il ristorante è aperto tutto l’anno, con brevi soste tecniche. Prenotazioni sul sito ufficiale (palazzopetrucci.it) o telefonicamente; per il sabato sera e per l’alta stagione turistica, meglio muoversi con dieci-quindici giorni di anticipo.
Dress code: elegante-informale. La spesa a persona con l’abbinamento vini si colloca indicativamente tra i centoventi e i centosessanta euro, una cifra ragionevole per il livello dell’esperienza e per un contesto storico di questa qualità. Ideale come cena centrale di un soggiorno napoletano, o come punto di arrivo dopo una giornata trascorsa a piedi tra Spaccanapoli e i Quartieri Spagnoli.
Se ci siete stati, mi dite se hanno ancora la Millefoglie? Vorrei sapere se è proprio come me la sono immaginata.





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